La strada è offuscata dalla fitta pioggia che cade ininterrotta da questa mattina. Oggi ho avuto una violenta discussione con il capo reparto che ha poi minacciato di darmi una nota di demerito. Non ho dato molto peso alla questione, pensando soprattutto al fatto che chi avevo davanti non era altro che un povero cretino. Sta di fatto che alcuni miei colleghi hanno preso le mie difese, credo giustamente, e hanno promesso di fare di tutto per mettere i bastoni tra le ruote al suddetto coglione. Mentre fatico sempre di più nel vedere la strada, scrosci di pioggia si rovesciano violentemente sopra il parabrezza, e il display del telefono si illumina debolmente. Un messaggio, penso. Non posso lasciare il volante, però pensandoci bene potrebbe essere un messaggio importante, ho pensato.
Non c’è modo
Ci sono, nella vita, dei momenti in cui ti senti di non voler fare niente. Questo mi succede quando osservo me stesso mentre sono intento ad osservare me stesso nel momento in cui osservo me stesso. Tutti questi specchi in giro per la casa fanno male e mi fanno dimenticare che ci sono un sacco di persone, là fuori. Gente che non ha più voglia di combattere per un posto fisso da almeno nove o dieci ore al giorno di prigionia, o per una fetta di anguria succosa in una giornata estiva appiccicosa. Oggi fin dalle prime battute non ho avuto alcuna voglia di fare niente. Come al solito però sono obbligato a fare qualcosa. Quel qualcosa che se non viene fatto nessuno se ne accorgerebbe e il mondo non cambierebbe ugualmente nemmeno di un millimetro. Però, nella vita, ci sono le cose che devono essere fatte, e tutto il resto. Quindi ho ugualmente portato a compimento, non senza fatica, quel paio di cose che mi hanno chiesto implicitamente di fare. Mi sono sentito ancora più vuoto, al termine del lavoro. Niente di che, figuriamoci. Erano soltanto un paio di affari di poco conto e un fax. Però Mi sono sentito meno vivo di almeno otto ore e ho pensato che se avessi fatto del nuoto in piscina forse mi sarei sentito più vivo di almeno otto ore, quest’oggi del cazzo. Non mi piacciono, e continuerò a ripeterlo fino alla nausea, queste giornate. Non sanno di niente perché il tempo mi ha guardato da lassù, con tenerezza, mentre andavo avanti, incontro ad un muro vuoto invisibile. Non mi piacciono neanche le persone che non si accorgono del malessere generale e continuano a comprare i quotidiani, proprio come se ci fosse veramente un domani e il sogno lucido fosse semplicemente legato a delle stupide pratiche orientali e religiose. Quando penso che non vorrei fare niente e vorrei sinceramente passare la maggior parte del mio tempo nell’ozio completo, allora si scatena una strana reazione e arrivo puntualmente alla conclusione che per tutta la vita non facciamo altro che niente e tutte le cose che ci passano davanti in realtà sono, per l’appunto, delle cose. Sia che si tratti dell’ultimo modello di smartphone che della mutandina usata e firmata da Kylie Minogue. Delle semplici, inutili e fottutissime cose. Mentre tutto il resto ce lo siamo dimenticati da un pezzo, o in alcuni casi, che è peggio, non lo abbiamo mai conosciuto. Il sogno lucido non mi viene più in aiuto. E pensare che qualche mese fa ci sono andato vicino un tanto così. Uma se ne è andata via definitivamente e non ritornerà mai più. Ma la cosa peggiore è che io non ne sento la mancanza. Come se fossi diventato un imbuto che ha lasciato passare via le cose, lasciate scivolare tutte, una dopo l’altra. E non c’è più modo di recuperarle.
Mai più.
Il mare in tempesta
Il mare è in tempesta. Oggi l’Autunno sembra essere arrivato sul serio, così ho indossato alcuni indumenti più pesanti. La spiaggia davanti a casa è deserta, c’è soltanto un piccolo gatto che si lamenta in lontananza. Avrà paura del vento. Ieri notte è ritornato il mio vicino di casa. Era stato via per diversi mesi, forse in vacanza. Non ho sentito la sua mancanza. In questo momento il rumore del mare è davvero spaventoso, lo osservo agitarsi da dietro i vetri violentati dalla pioggia. Ogni tanto sorseggio un goccio dell’aperitivo che degusto ogni sabato mattina prima del pranzo. Il mare non sembra poi così cattivo, se riesci a capirlo.
L’occhietto
E’ un sabato sera e cammino lungo le strade di Sassari. Non sono solo e mentre cammino penso, rimugino. La mia città, anzi la città in cui sono nato e dove tuttora vivo, è particolarmente deserta nel fine settimana. Tutte le persone sono rimaste senza i soldi necessari per starsene in giro per i locali pubblici a bere le robe alcoliche e a guardare i culi delle bionde con gli occhi azzurri. Mi immagino tutte queste bionde che danno un’ultima occhiata al loro culo, prima di uscire di casa, soddisfatte. Il mio amico cammina anche lui lungo le strade della città di Sassari, deserte e poco illuminate. Abbiamo poche cose in comune, perchè prima di tutto io non fumo e non possiedo una camicia firmata. E poi io non sono mica sposato e non so cambiare il vetro di una porta nel caso in cui i miei figli, sempre se ho dei figli (e non ne ho), dovessero romperlo con il pallone di cuoio nuovo a quattro atmosfere. Io sono senza tasche mentre il mio amico, che per opportuna comodità chiameremo P., indossa dei calzoni abbondanti a righe verticali celesti su sfondo bianco dotati di quattro enormi tasconi laterali. Dentro i tasconi ci infila un sacco di cose. Mentre cammino sento che un testicolo è posizionato male e allora sollevo lentamente la coscia destra e faccio un saltino. Il testicolo si riposiziona perfettamente negli slip e sono ampiamente soddisfatto. Sono passate da poco le ventitre quando facciamo il nostro ingresso presso un locale con l’insegna cinese. Una ragazza sorride come una cinese e ci da il benvenuto chiedendoci delle cose con un accento cinese, mentre un signore con la faccia da cinese fa un espressione da cinese stanco e poi riprende a leggere una rivista cinese. Io chiedo delle robe da bere e la stessa ragazza di prima mi dice che la birra è l’unica cosa che possono vendermi. Pago. Siamo nuovamente fuori dal locale lungo le strade di Sassari e il mio amico dice un sacco di cose. Parla in continuazione della ragazza che sorride come una cinese e che ci ha venduto della birra sarda intascando dei soldi europei e dandoci in omaggio degli involtini cinesi. Dice che la ragazza con l’accento cinese aveva un non so che di speciale e i suoi denti cinesi erano proprio bianchi. Un sorriso perfetto, dice. Non mi ero accorto di questo particolare dei denti bianchissimi perché stavo ripensando a quanto ero stato bravo a riposizionare perfettamente il testicolo negli slip. Poi un lampione si spegne e la parte della strada dove c’è un palazzo storico resta al buio per circa sette secondi, poi si riaccende e ritorna la semioscurità tipica delle città degradate del centro-sud italiano. O del settentrione sardo, se preferite. Il mio amico P. ha infilato due bottiglie di birra nei tasconi laterali e i suoi capelli arruffatti lo fanno sembrare una specie di clown. Mi dice che le cinesi hanno un qualcosa che lo fanno andare fuori di matto e vorrebbe trasferirsi in qualche città cinese per sposarsi e fare dei figli a metà strada tra il cinese e il sardo. Io gli faccio notare che è vietato e lui fa spallucce e guarda il display del cellulare. Poi si mette a fare la cosa più strana che abbia mai visto fare ad un personaggio strano che cammina per la strada di una strana città in compagnia di uno strano individuo. Poggia le birre sull’erba e inizia a fare le flessioni. Una, due, tre, fino a dieci. Si alza rosso in viso e mi vede che lo osservo un pò imbarazzato. Mi dice che aveva scordato di farle nel pomeriggio e aveva messo un allarme al cellulare per ricordarsi di farle nel caso se ne fosse dimenticato. Riprendo a camminare sconvolto e confuso, quasi irritato. Quando arriviamo a casa di N. non ho più voglia di parlare con nessuno anche se ci sono M. e T. che sono due gran gnocche che mi piacciono tanto. Le case della mia città, ma soprattutto quella di N., sono piuttosto piccole e poco accoglienti. In casa da N. non ci sono mai le sedie giuste e questo mi fa incazzare veramente. Non dispone di abbonamenti televisivi e non possiede nessun impianto di diffusione sonora per sentire delle canzoni mentre mangiamo. Tutto è avvolto dalla tristezza, ma solo quando distolgo lo sguardo dalla camicietta scollata di M. e dalle cosce scoperte, per via della minigonna, di T. Se non lo avete capito M. sta per Mafalda (una stupenda napoletana dai capelli castani e gli occhi verdi) e T. sta per Tatiana (una ragazza sassarese di adozione ma nata a Parigi da genitori egiziani, ha un neo vicino alla bocca ed è la donna più bionda con gli occhi azzurri che ci si può immaginare durante il periodo più lungo che si potrebbe passare senza andare a letto con qualcuno di sesso opposto che non sia la tua/o ragazza/o). Mafalda e Tatiana sono fondamentalmente antipatiche, le tipiche ragazze viziate con la puzza sotto il naso che escono soltanto con le persone dalle quali possono trarre dei vantaggi, e alle quali concedono l’onore di farsi vedere in giro con due sventole da semifinali di champions league, consentendo solo raramente qualche palpatina qua e là, senza andare oltre. E comunque N. sta per Nikki, la mia ragazza attuale. Il fatto che sia ungherese basta e avanza per farla diventare la mia compagna di scopate. Anche se non è bionda. Nikki ultimamente è troppo libertina (troppo disponibile con tutti, una sorta di zoccola per bene) e stasera la lascio in malo modo perché ho deciso di rompere il tabù e farmi almeno una delle due sventole di cui sopra. P. è il collega di università di Nikki e sta per Piero. Grazie a P. ho conosciuto N. e grazie a N. ho conosciuto T. e M. Il mio nome è A. (sta per Alessandro, ho i capelli troppo mossi per pettinarli e lascio crescere la barba per un paio di settimane prima di radermi del tutto e sembrare un uomo di quindici anni che però all’anagrafe va per i trentotto suonati). Chiedo a Nikki se per caso le è mai balenata l’idea di prendere delle sedie nuove visto che ogni volta sono costretto a sedermi sul pavimento freddo di settembre della sua casa senza musica e senza un bel niente di divertente. Allora lei inizia con tutta quella storia dell’ospitalità e balle rotolanti annesse, che a casa mia è tutto finto perché sembra di stare in una sala esposizione dell’ikea e cose così. Almeno c’è una cazzo di musica, dico io, una cazzo di musica per sottofondo. Lei ride e viene a sdraiarsi vicino a me col piatto di plastica semipieno di pennette all’arrabbiata. Tatiana mi guarda come se fossi una specie di orsacchiotto da abbracciare mentre si dorme e mi fa una specie di occhietto. Io non so se me lo ha fatto veramente o se era solo un tic nervoso. Ventiquattro ore dopo sono ancora immerso nel dubbio e nella semioscurità della mia stanza da letto la osservo attentamente da vicino, mentre dorme nuda con la mano poggiata sul seno di Mafalda.
L’attacco finale
Le persone si nascondono dentro le case bombardate dai missili di Gheddafi. Sono sceso per fare due passi e non c’era nessuno in giro. L’asfalto della strada è stato completamente distrutto, adesso è tutto polvere e rottami. Sono due giorni che non riesco ad ascoltare della musica rock. Il mio cervello sta male, sento come dei topi che lo stanno rosicchiando. Devo fare pipì, ma rimando ancora, ho paura che arrivi qualche altro missile di Gheddafi, non voglio morire pisciando. Arrivo nel quartiere delle birrerie. Sono tutte chiuse, alcune serrande sono state distrutte dai vandali. Dentro i locali sono polvere e macerie. Il mio telefono è morto ieri. Berlusconi è fuggito nei caraibi la settimana scorsa, lo stanno cercando. Ho bisogno di lavarmi, di bere una cazzo di birra, di tornare a leggere. Ho bisogno del calcio e della musica. Non mi lavo i denti da cinque giorni e i miei piedi puzzano. Gheddafi ha minacciato l’ultimo fatale attacco, ieri verso la mezzanotte. La radio manda notizie sulla guerra, nient’altro. Dobbiamo andare ad ascoltarla nella sede del partito, l’unico punto servito dalla corrente elettrica. Tutto è diventato triste, buio, senza elettricità non riusciamo a fare più niente. Alla fine mi decido e mi fermo dietro un cumulo di macerie, laddove qualche mese fa c’era un’edicola. Mi sbottono e inizio a farla. Un sibilo imponente nell’aria mi fa voltare di scatto e un oggetto enorme illuminato si dirige nella mia direzione. E’ la fine. Penso ai fine settimana al mare, durante le vacanze. Poi il buio.
Il sogno lucido
In questo blog si parla di sogni lucidi, che è un’altra cosa rispetto ai sogni non controllati. Infatti io intendo il sogno lucido più come un viaggio nel subconscio per scoprire e mettere a nudo una realtà parallela che altrimenti non conosceremo mai. I sogni normali, invece riguardano un aspetto della vita reale che un giorno o l’altro si desidererebbe vivere veramente. Al contrario i sogni lucidi per me sono il mezzo per vivere col subconscio una qualunque esperienza che nella realtà non potrà essere mai raggiunta allo scopo di sentirsi mentalmente appagato.
P.S. Non sono buddista
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Messaggi nella bottiglia
Questo secondo me è un bel ritratto di trentenne in tutta la sua cruda realtà senza commiserazione e senza cinismo. (Maristella)
Ma sei fissato con i sogni (Signora Nessuno)
Sei strepitoso! (Julie Kohler)
Ti ho già detto che sei un genio? (Signora Nessuno)
Chuck per Palahniuk, Irvine per Welsh??? Se così fosse mi sei già simpatico. (BangoSkank)
Sei da seguire. (Anne Eche)
Sei un copione!!!! (Arturo Folletti)
Sei uno spasso! (Julie Kohler)
Svegliati, stai ancora dormendo? (Signora Nessuno)
Magari riuscissi ad essere come Rents.. (Prince)
Cammino come ogni giorno sulla battigia e osservo alla mia destra il mare azzurro e limpido dove alcune barche sono intente a navigare tranquille nel mezzo dell’universo fantastilionico della mia isola. Il sole è ancora alto e ho appena fatto un sogno nella cabina dei buchi. La chiamano così per via del fatto che i tossici andavano lì dentro a bucarsi dopo mezzanotte. Durante il giorno però ci andavo io a fare i sogni lucidi e a parlare con Uma. Prima di mettermi a parlare con Uma faccio sempre i sogni lucidi nella cabina dei buchi. Non incontro mai i tossici che vanno a bucarsi nella cabina dei buchi perché ho paura che mi feriscano al ginocchio con i loro coltelli contaminati e mi rivoltino a testa in giù per far cadere gli spiccioli dalle tasche dei miei calzoni acquistati ai saldi nel gennaio del 2003 in un vecchio negozio di abbigliamento che è stato sequestrato anni orsono per ordine dell’ufficiale giudiziario. I miei sogni sono quasi tutti lucidi, tranne in inverno che ne faccio di meno. Uma indica un gabbiano che fa dei versi spaventosi e volteggia spericolato ad un’altezza fantastiliardica. Dico a Uma che si tratta del gabbiano jonathan livingston, e rappresenta quell’ideale di libertà che non riusciamo a rendere reale per la paura del domani. Uma mi chiede se questo è un sogno lucido e se per caso lei non è poi così reale come sembra. La osservo in silenzio e i miei occhi si allargano, si deformano, diventano grandi come due olive nere denocciolate e sembrano volersi spingere fuori dal mio corpo. Sto scomparendo. Mi sto deformando e anche il mondo e l’aria si allungano, cerco di restare nel sogno lucido ma la forza della realtà è troppo forte e cerca con tutte le forze di riprendermi con sè. Tutto il mare viene risucchiato e chiedo aiuto al gabbiano jonathan, gli urlo che questo è un sogno lucido, che sto scomparendo e Uma è scomparsa definitivamente nella cabina dei buchi. Anche le mie parole si stanno velocemente deformando e cerco a tutti i costi di fare in fretta a parlare, devo lasciare le istruzioni per rientrare nella cabina dei buchi o tutto sarà perso, per sempre, per sempre, per siepre, er seempe, eiessiem pousty ssghhhhhhhh…………………………..
